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Non c’è tempo da perdere… Santo Spirito ci aspetta!

Wrrooommm!

Buongiorno spiriti liberi! Vi state innamorando di Roma come me? Sono sicura di si! Ieri ho assaggiato un piatto strepitoso: “Catalana 47” mi si appannano ancora i fanali al pensiero… se passate al 47 Circus Roof Garden ordinatela e poi mi saprete dire!!!

catalana 47

Adesso però dobbiamo riprendere i nostri giri per la città. Oggi, continuando il percorso della scorsa volta vi vorrei portare a vedere una delle strutture più antiche d’Europa: l’arcispedale di Santo Spirito in Saxia, inizialmente chiamato “Scola Saxorum”. L’arcispedale oggi è un centro congressi molto importante adiacente al più moderno ospedale di Santo Spirito. Pensate che la struttura fu fatta costruire per volontà del re del Wessex. Il re volle costruire la Schola il più vicino possibile al sepolcro di San Pietro e la dotò addirittura di un obolo annuale (Romescot), che fu corrisposto almeno fino al XVI secolo da tutte le famiglie più importanti del Wessex. Infatti, all’inizio dell’VIII secolo, la Schola era stata concepita per ospitare il grande numero di pellegrini anglo-sassoni che visitavano annualmente Roma ed in particolare i suoi innumerevoli luoghi santi, come la tomba del Principe degli Apostoli per l’appunto. La storia racconta addirittura che qui alloggiò anche il re Macbeth, protagonista del dramma di Shakespeare.

Ci fu un periodo di vita florida, ma a causa di avvenimenti storici come l’invasione dei Normanni in Inghilterra nel 1066 e l’inizio delle crociate, che convogliarono le masse di pellegrini ad altre mete, l’istituzione perse importanza  e di essa non rimase che il nome. Fu Papa Innocenzo III a riportarla in auge, rendendola uno dei più celebri ospedali del mondo. Il 25 novembre 1198 il Papa, dette incarico della sua gestione e salvaguardia della struttura all’Ordine degli Ospitalieri fondato da  Guido di Montpellier. 

Negli stessi anni la Schola, diventata ormai ufficialmente ospedale, divenne famosa soprattutto per una vicenda legata agli orfani romani. Nel 1200 era usanza diffusa, in quasi tutta Italia, la creazione della “ruota degli esposti” e sembra che tutto sia partito proprio dal papa Innocenzo III che rimanendo turbato dall’elevato numero di neonati annegati nel Tevere decise di far costruire questa ruota proprio nell’Ospedale del Santo Spirito.

L’esposizione dei neonati indesiderati era una pratica assai diffusa già nell’antica Roma in ogni ceto sociale e, nel medioevo in particolare,  la pratica era rimasta in voga, soprattutto se si parlava di “figli della colpa” (cioè bambini nati al di fuori del matrimonio e tra le prostitute inguaiate da una gravidanza indesiderata). Il modo più sbrigativo per liberarsi di questi bambini era quello di gettarli nel Tevere appena nati. So che il racconto che vi sto facendo non è dei più belli, ma dovete ricordarvi che a la prostituzione a Roma era legale dall’alba dei tempi: le leggende sulla fondazione di Roma ricordano che i gemelli Romolo e Remo furono adottati da Acca Larenzia, una prostituta o “Lupa” come erano definite le donne che praticavano questo mestiere; certamente, però, non era legale l’assassinio dei figli indesiderati, anzi, era piuttosto punito… molto spesso con la morte! Fu proprio per questo motivo che il Papa decise di erigere la ruota degli esposti. Volete sapere cos’era e come funzionava? Beh in realtà possiamo ancora vederla, seguitemi!

Ruota degli esposti

Al civico n°4 di Borgo Santo Spirito troviamo la famosa ruota. Vedete è come un barile rotante; al suo interno veniva lasciato il neonato (in totale anonimato), l’esposto per l’appunto, una volta lasciato il piccolo si doveva suonare una campanella ed il “barile” ed il suo contenuto eseguivano un giro ritrovandosi dalla parte opposta del muro tra le cure dei frati. Spesso insieme al piccolo venivano lasciati degli oggetti (ciondoli, monete spezzate…) che magari in un futuro potevano servire ad un riconoscimento e relativo ricongiungimento. I neonati abbandonati nell’ Ospedale di Santo Spirito di Roma venivano “marchiati” con una doppia croce sul piede sinistro divenendo così  “figlio ufficiale” della famiglia del Santo Spirito.

All’Ospedale erano annessi, fin dal Medioevo, i locali nei quali i frati ospedalieri provvedevano a preparare i farmaci, vari tipi di elisir e tutto ciò che poteva aiutare la cura dei pazienti.

Si dice che questi locali siano gli stessi che oggi ospitano lo straordinario Museo Storico Nazionale dell’Arte Sanitaria, inaugurato nel 1933. All’interno del museo è ancora splendidamente conservata una raffinata macchina lignea, una mola che veniva utilizzata per macinare la corteccia dell’albero di china e produrre il famoso chinino (il primo potente antimalarico che i Gesuiti importarono dalla Cina e dal Perù). Inoltre vi è conservata una mia lontana parente: la più antica carrozza della Croce Rossa!!!

Vi starete chiedendo a cosa serve quella grande siringa. Bene dovete ricordare che ci troviamo in un luogo legato e creato dal mondo pontificio e che alcuni strumenti univano la cura alla religione… Quella siringa, infatti, serviva ad immettere nel feto dell’acqua benedetta; questo trattamento veniva effettuato nei casi in cui si presumeva ci potesse essere un rischio di morte imminente e permetteva di battezzare il feto in maniera “diretta”.

Fa parte dell’Ospedale anche il Palazzo del Commendatore, meglio conosciuto come il Rettore dell’Ospedale, ricostruito su progetto di Nanni di Baccio Bigio tra il  1567 ed il 1571, su un preesistente edificio del Quattrocento distrutto durante il Sacco di Roma. I lavori furono eseguiti su autorizzazione di papa Pio V e su istanza del Commendatore dell’epoca, Bernardino Cirillo e per questo motivo conosciuto dai romani come  “Palazzo di Cirillo”. All’interno del cortile del Palazzo troviamo il grande orologio circolare posto al centro dello stemma di famiglia Gazzoli. Ai lati del quadrante dell’orologio, incorniciato dalla figura di un serpente che lambisce la coda, simbolo di eternità, è posta lo stemma della famiglia  Gazzoli: una quercia su cui si posa una gazza, accompagnata in capo da una stella a sei punte, e l’emblema dell’ordine ospitaliero del Santo Spirito : la croce di Lorena.

orologio

Il quadrante mostra una zona centrale decorata di colore giallo, separata con una fascia circolare dalla corona esterna, che reca in grandi cifre romane le sei ore intercalate dall’emblema dell’ordine ospitaliero. Non mi dite niente? Non notate nulla di strano? Le stranezze in questo caso sono almeno due. In primo luogo un orologio a sei ore, vi starete chiedendo se è stato un errore di progettazione… Ebbene no! L’orologio segna le ore “alla romana”. Mentre nel resto d’Europa il trascorrere del tempo si misurava “alla francese”, fino alla metà dell’800 circa. Roma contava i minuti e le ore a modo suo, regolandosi fondamentalmente sui ritmi della vita quotidiana. La lunghezza delle ore non era fissa, ma cambiava a seconda delle ore di luce e delle stagioni. La giornata dei romani era divisa in 4 intervalli da sei ore ciascuno (circa) e le ore stesse erano scandite considerando l’inizio del giorno fino all’Ave Maria del tramonto.

Visto che siete già con i fanali in su, notate nient’altro? Ebbene si miei attenti avventurieri il numero quattro, che nei simboli romani dovrebbe essere rappresentato da IV, in questo caso è  rappresentato da quattro barrette (IIII). Per completare le stranezze di quest’orologio potete notare che il quadrante ha un’unica lancetta segna ore, costituita da un lungo ramarro sinuoso.

santo spirito

Bene potrei dire, come si usa da queste parti, che “si è fatta una certa” (modo di dire romano per comunicare che si è fatto tardi ndr) perciò tornerò verso il 47 Boutique Hotel e, per levarmi ogni dubbio, controllerò personalmente tutti gli orologi presenti e nel caso suggerirò alle ragazze della reception di istituire anche noi un modo tutto nostro di dividere le giornate: dalla colazione in corte alla cena sul roof, che ne pensate?

Wroooommmm