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Quanta storia sotto questi ponti!

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Rieccoci qui…continua la nostra passeggiata sotto i ponti della città eterna.

Avete fatto la vostra ricerca su i personaggi che vi ho presentato la scorsa settimana? Mi sapete dare altre notizie su “Er ciriola” e Mr Ok”

I ragazzi del 47 Boutique Hotel ci stanno portando verso Ponte Umberto I e sono già pronti a raccontarci la sua storia…

Il ponte fu realizzato a tre arcate in muratura su progetto dell’architetto Angelo Vescovali e dedicato al re Umberto I. Alla cerimonia di inaugurazione, avvenuta il 22 settembre 1895, intervennero lo stesso re e la regina Margherita (che aveva già il suo ponte), i quali si recarono poi a visitare il cantiere del Palazzaccio che l’architetto Calderini stava innalzando. L’opera fu realizzata, infatti, anche per potenziare funzionalmente il palazzo di Giustizia e a suo completamento estetico. Furono investiti 2.800.000 lire per realizzare ben 105 metri di lunghezza per 20 in larghezza.

Macchinetta Palazzaccio 30 Agosto

Di per sé il ponte non ha una storia molto affascinante e come vi dicevo, fu realizzato per fini pratici che per altri motivi, ma come sapete a Roma nulla è buttato lì per caso e parlando con un ciclista intento a dare da mangiare alle anatre vengo a sapere che il nome del ponte inizialmente doveva essere Ponte dell’Orso. La cosa, immagino, incuriosisca anche voi, come possono i nostri pistoncini non volerne sapere di più? Per caso a Roma giravano orsi indisturbati? In realtà il nome lo avrebbe preso dall’adiacente via, via dell’Orso per l’appunto, che collega via dei Portoghesi a via dei Soldati.

La stessa via nei secoli cambiò spesso nome: “Posterula” (in riferimento alle vicine posterule delle Mura Aureliane), “Sistina” in seguito al rifacimento dovuto a Sisto IV, oltre alla denominazione di “via Papale” o “via Papae”, poiché percorsa dal corteo pontificio in occasione della cavalcata per la presa di possesso che il nuovo papa effettuava, in qualità di Vescovo di Roma, per recarsi da S.Pietro alla basilica di S.Giovanni in Laterano

Nel 1517 la via assunse l’attuale denominazione di via dell’Orso probabilmente in concomitanza con l’apertura dell’antico Albergo dell’Orso e questo può essere annoverato come uno dei pochi casi in cui la via prese il nome dalla locanda e non viceversa. Sull’origine stessa del nome che l’albergo assunse vi sono diverse interpretazioni: secondo alcuni deriverebbe da uno dei primi gestori, tal Baccio dell’Orso, secondo altri dall’insegna dell’albergo che raffigurava due orsi. A prova di quest’ultima ipotesi dobbiamo ricordare che in questa via esistevano realmente due rilievi marmorei murati sulle pareti di un edificio: uno lo possiamo ancora ammirare all’altezza del civico 87, l’altro si trovava all’angolo con via dei Soldati. Quest’ultimo era un frammento di sarcofago romano del III secolo d.C. che venne però rubato il 9 marzo 1976 e quello che oggi possiamo ammirare è soltanto una copia realizzata dallo scultore Vincenzo Piovano.

Ora, io lo so che vi starete chiedendo se ho per caso i fanali sporchi… Tranquilli, miei avventurieri, lo vedo bene anche io che gli animali raffigurati non hanno nulla a che fare con gli orsi, somigliano molto di più a dei leoni: infatti, il primo rilievo raffigura un leone che azzanna un antilope, il secondo, quello all’angolo con via dei Soldati, un leone che azzanna un cinghiale. E quindi, possiamo solo entrare nel campo delle supposizioni e della enorme fantasia del popolo romano asserendo che forse i due animali, rappresentati non in maniera perfetta, furono scambiati per orsi, magari da qualche buontempone dell’epoca o da qualcuno uscito da una delle altre osterie qui vicino. L’edificio che oggi ospita l’Hostaria dell’Orso fu costruito nel Quattrocento per una famiglia della piccola nobiltà romana, i Piccioni (tanti animali, lo so…), e furono proprio loro, nel 1517, a trasformarlo da abitazione in albergo, uno dei migliori della città a quel tempo. Pochi alberghi possono vantare un Gotha, un Rabelais e un Montaigne, nonché Gogol, Goethe e tanti altri viaggiatori illustri dell’epoca (è leggenda il fatto che vi abbia soggiornato anche Dante). Questo fino al 1630, dopodiché troviamo l’albergo piuttosto declassato tanto che vi alloggiavano vetturali, postiglioni e servi di stalla.

Successivamente la via divenne famosa in quanto sede di antiquari: in una di queste botteghe il cardinale Joseph Fesch, zio di Napoleone Bonaparte, trovò la seconda parte di una tavola che, unita all’altra già da lui posseduta, si rivelò il “S.Gerolamo” di Leonardo da Vinci, oggi alla Pinacoteca Vaticana.

Continuando a pedalare incontriamo un altro ponte che abbiamo già conosciuto dall’alto: Ponte S. Angelo.

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La sua prima denominazione fu “ponte Elio“, dall’imperatore Publio Elio Adriano che lo fece costruire tra il 130 ed il 135 d.C. dall’architetto Demetriano e realizzato come viale d’accesso al Mausoleo di Adriano. Durante il Medioevo il nome fu mutato in “ponte S.Pietro” in quanto rappresentava l’unico accesso diretto per giungere alla Basilica Vaticana dalla città. Il nome attuale si ricollega alla tradizione secondo la quale, nel 590 d.C., mentre papa Gregorio Magno attraversava il ponte durante una processione penitenziale, ebbe la visione dell’arcangelo Michele che, sulla sommità della Mole Adriana, riponeva nel fodero la spada a significare la fine della pestilenza che affliggeva Roma, ne abbiamo già parlato, ricordate?

Le due piccole cappelle espiatorie (non più visibili) furono fatte edificare da Nicolò V in ricordo dell’incidente che avvenne durante il Giubileo del 1450, quando, a causa di cavalli imbizzarriti, persero la vita 200 pellegrini. Purtroppo, per molti anni, ponte S.Angelo divenne luogo di esecuzione della pena capitale e di esposizione dei corpi dei condannati a morte. La prima esposizione risale all’anno santo del 1500 e si tramanda che ben 18 impiccati furono appesi sul ponte, nove per ogni ingresso. Negli anni seguenti furono talmente numerose le impiccagioni che la voce del popolo romano continuava a ripetere: “Ce sò più teste mozze su le spallette che meloni al mercato”

Nel 1533 Clemente VII ordinò la demolizione delle cappelline, malridotte durante il Sacco di Roma, facendole sostituire con le attuali statue di “S.Paolo” e “S.Pietro”, opere rispettivamente di Paolo Taccone e del Lorenzetto. Nel 1536, in occasione della venuta a Roma dell’imperatore Carlo V di Spagna, Paolo III affidò a Raffaello da Montelupo l’incarico di ornare il ponte con otto statue di stucco (ben presto andate in rovina) raffiguranti i quattro evangelisti ed i quattro patriarchi. Un importante restauro del ponte fu affidato al Bernini negli anni 1668-1669. In questa occasione alle due statue già esistenti ne vennero affiancate altre dieci, rappresentanti angeli con i simboli della Passione. Due di esse, quella col “cartiglio” e con la “corona di spine”,  furono scolpite dallo stesso Bernini, considerate troppo belle per essere esposte alle intemperie sul ponte, vennero sostituite da copie di bottega, mentre gli originali rimasero di proprietà degli eredi Bernini fino al 1729, quando vennero donati alla chiesa di S. Andrea delle Fratte, dove ancora oggi si possono ammirare.

Durante i lavori effettuati nel 1892, per la costruzione dei muraglioni, si rese necessario aumentare la larghezza del letto del fiume fino a 100 metri, furono demolite le rampe di accesso e aggiunte due nuove arcate alle due estremità. Il ponte misura oggi 130 metri in lunghezza, 9 in larghezza ed ha cinque arcate in muratura. 

Che dite, miei motori ruggenti, siamo riusciti anche oggi a mischiare il sacro ed il profano? Non trovate anche voi che parte della magia di questa città risalga proprio al mix di leggende e storia?

Per oggi ci fermiamo, ma la nostra avventura sotto i ponti non finisce qui…

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