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macchinetta e ponte

Mi si addice “Mastro Macchinetta”?

Wroooommmm!

Ciao avventurieri, come state? Io sono in formissima: pneumatici gonfi, carica al massimo e fanali belli lucidi!

Ieri sera, sinceramente non riuscivo ad addormentarmi perché mi era rimasta impressa l’immagine di Giordano Bruno così appena tornata casa ho raccontato la mia avventura al direttore del 47. Lui per calmarmi mi ha sfidato in una partita a biliardo…è stata durissima, ho “rincorso” le palle per tutto il campo, che fatica… (p.s. tranquilli ho vinto io!!!). Con voi sarò sincera, ho un pochino imbrogliato buttando la “8” nella buca d’angolo (una spintarella che vuoi che sia?).

biliardo

Ho dovuto giurare che non l’avrei più fatto, ma il direttore mi ha risposto: GIURA’ E’ DA BOJA. Voi sapete perché a Roma davanti un giuramento si risponde così? Beh, non lo sapevo nemmeno io fino a ieri sera. Il romano, famoso per la sua schiettezza, non ama dover giurare per essere creduto e se a questo associamo la figura del boia, con un significato di ipocrita e poco apprezzato, il risultato è proprio il detto: giurare, per essere creduti, è da ipocriti!!

Quella del boia, soprattutto tra fine 1700 e il 1800,  era una figura molto importante, talmente importante da avere addirittura una strada dedicata: via del Mastro; la via sorge proprio nel quartiere (Borgo) dove il boia risiedeva, molti raccontano che il papato avesse assegnato addirittura un palazzo come benefit a chi svolgeva questo mestiere (palazzo che si dovrebbe trovare a vicolo del Campanile).

Il più famoso tra i boia di Roma è stato, senza dubbio, Mastro Titta che abitò in via del Mastro anche lui e grazie alla sua lunga carriera fu soprannominato “er boja de Roma”. Il nome Mastro si deve alla parola maestro poiché il boia era considerato come “maestro di giustizia”. In realtà, il vero mestiere di Giovanni Battista Bugatti (detto Titta) era quello di verniciatore di ombrelli, ma come per le spie più famose nella storia, quello rimaneva un mestiere ufficiale e quello reale era proprio il mestiere dell’esecutore dello Stato Pontificio. Esiste anche un libro estratto dai taccuini  di appunti di Mastro Titta che racconta le memorie del carnefice sotto forma di romanzo: “Mastro Titta, il boia di Roma: memorie di un carnefice scritte da lui stesso”. Leggenda, come sempre, vuole che il suo fantasma si aggiri ancora tra le vie limitrofe alla sua abitazione: che dite andiamo a fare un giro?

Per raggiungere la nostra meta attraversiamo Corso Vittorio Emanuele e raggiungiamo un dedalo di vie con una strana particolarità: qui esistono almeno tre vie con il nome “banco”. Per l’esattezza: via dei banchi nuovi, via dei banchi vecchi e via del banco di Santo Spirito. Il nome “banchi” si riferisce proprio ai banchi dei negozianti , banchieri, scrivani, mercanti di vario genere che esercitavano i loro mestieri proprio in queste strade, sfruttando la vicinanza con S.Pietro.

Sto girando un pochino con i fanali in su e mi ritrovo in piccola piazza dal nome eloquente: Piazza dell’orologio! Cerco bene e in effetti sulla torre di fronte a me c’è un orologio molto grande al centro della stessa: si tratta della torre del convento dei Filippini. No, non cadete nel mio errore, per filippini non si intende l’etnia di un popolo, ma i membri dell’Ordine di S. Filippo Neri!!! La torre che ospita l’orologio fu costruita nel 1648 dal Borromini e vi invito a guardarla attentamente perché è veramente molto bella! Appena sotto l’orologio è stato inserito un mosaico basato su un disegno di Pietro da Cortona che rappresenta “la Madonna della Vallicella”. In passato questa piazza prendeva il nome di Piazza dei Rigattieri, probabilmente proprio dato dalla vicinanza con le vie dei “banchi” di cui vi parlavo prima. Se ci voltiamo un po’ troviamo un palazzo ancora molto bello: Palazzo Bennicelli, costruito per volere del monsignor Virginio Spada, commendatore del Banco di S. Spirito, per destinarlo a sede del banco stesso.

piazza orologio 1

I lavori iniziarono nel 1660 proprio sotto il “fanale” attento di Borromini, ma alla morte del monsignore furono interrotti e i ministri del Banco decisero di spostare la sede altrove senza ultimare i lavori. Avete idea di quanto dovette pagare il marchese Orazio Spada (erede del monsignore) per acquistare l’edificio (per mantenere onore alla parola del proprio parente) e ultimarlo? Ve lo dico io: 25000 scudi per acquistarlo e 35000 perché Borromini finisse la propria opera!!! Rimanga tra di noi, ma non credo che Orazio sarebbe contento nel sapere che alla fine dell’800 il palazzo subì una ristrutturazione radicale a opera dell’architetto Gaetano Koch, il quale trasformò quasi del tutto l’opera precedente! In questa casa, comunque, abitò per un certo periodo uno dei più famosi rappresentanti della famiglia Bennicelli, un tale Adriano… non vi dice niente questo nome? E se vi dicessi che era famoso con il soprannome il “Conte Tacchia”? Il soprannome deriva dal fatto che la sua famiglia commerciava legname e “tacchia”che a Roma significa pezzo di legno. Spesso a Roma si dice : “ogni botta ‘na tacchia”, che vorrebbe dire ogni azione lascia una propria impronta. Il Conte Tacchia passò alla storia per il suo modo di vivere, per il fare scanzonato e per il suo modo di vestire sempre impeccabile ed elegante (i romani lo ricordano anche per un film da lui ispirato, interpretato da Enrico Montesano). Le storie arrivate fino a noi raccontano che il conte amava girare con le sue carrozze tirate da 2 o 4 cavalli e che minacciasse con brutte parole e tirando sonori schiaffi chiunque non gli concedesse il passaggio. Vi state guardando bene intorno? Capite cosa vuol dire per un ignaro passante cedere spazio a una carrozza con addirittura 4 cavalli in queste vie così strette e tortuose? Poveri romani!!!

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Per arrivare sotto casa del nostro boia dobbiamo passare per Via di Panico e ci tengo a precisare che anche qui ho commesso un errore… Il nome non è stato dato a causa della bruttezza di questa strada (che in effetti brutta non è) né tanto meno allo spavento che il conte Tacchia produce con le sue minacce. Il nome, infatti, sembra risalire al XV secolo quando per la prima volta sembra che la via venne menzionata “loco qui dicitur panicho”, molto probabilmente in riferimento alla famiglia Panico che abitava proprio qui. Ed eccoci finalmente: vicolo del campanile; il nome deriva dalla torre campanaria della vicina Chiesa di Santa Maria in Traspontina. Alcuni studiosi indicano come “casa del boia” un edificio del 400 a tre piani, civici 4 – 5 del vicolo, la cui facciata riporta le tracce di una splendida decorazione a graffito, attribuita dal Vasari a Virgilio Romano, realizzata nel 1520, “con alcuni prigioni e molte altre opere belle”. Al primo piano si vedono quattro Daci prigionieri con sullo sfondo dei trofei di armi e il Guardiano di vacche addormentato assalito da Mercurio. Tra il primo e il secondo piano, si può notare un anello a punte di diamante e tre penne di struzzo che fu l’emblema mediceo. Al secondo piano, poi, sono raffigurate quattro figure femminili e arco con tre mucche. Al di sopra, ci sono vasi di frutta e leoni alati. All’ultimo piano si susseguono teste di leoni. Secondo altri Mastro Titta, in realtà, avrebbe abitato nella casa adiacente,  senza troppi ornamenti.

Io voglio pensare che, anche se non faceva un mestiere edificante e approvato dall’etica, il Maestro di Giustizia abitasse circondato da affreschi perché, infondo, si dice avesse anche un buon cuore e che prima di ogni esecuzione offrisse ai condannati, con garbo e cortesia, una presa di tabacco o un sorso di vino.

Motori ruggenti… direi che anche per oggi abbiamo scoperto abbastanza, io torno in hotel e cerco di imparare per bene come si fa un bel filotto, così da lasciare il direttore senza parole!!! Ci vediamo sul panno verde… ops arancione!

Wroooommmmm