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macchinetta isola

Macchinetta arriva sull’isola più piccola del mondo!

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Buongiorno compagni d’avventura! Sentite anche voi questa scarica elettrica nell’aria? Sarà la primavera, sarà che ormai mi sento parte integrante di questa meravigliosa città e ho appena assaggiato le delizie dello chef per la colazione di questa mattina: sono già carica e pronta per continuare la nostra passeggiata rombante per Roma.

Sapete che a poche centinaia di metri da qui esiste un’isola? Si, avete capito bene: un’isola proprio in mezzo alla città. Tra il Ponte Cestio e il Ponte Fabricio al centro di Roma adagiata nel Tevere troviamo l’Isola Tiberina, chiamata anche Insula Tiberis, Insula Aesculapi, Isola dei due Ponti, Licaonia, Isola di S. Bartolomeo o più semplicemente Insula: l’isola Tiberina è l’unica isola urbana del Tevere! Come possa essere nata un’isola al centro di un fiume rimane ancora un mistero, ma voi sapete bene che spesso a ogni mistero corrisponde una fantasiosa leggenda e, quindi, voglio raccontarvene un paio, sarete voi e il vostro intuito da Formula Uno a decidere quale delle due è quella più credibile.

isola

L’isola fu abitata fin dalle prime origini della città e la prima leggenda legata alla sue origini narra di Tarquinio, ultimo Re di Roma, conosciuto come Tarquinio il Superbo a causa dei suoi costumi. Tarquinio regnò dal 535 a.C. fino al 509 a.C., anno in cui fu cacciato da Roma. La nascita dell’isola, quindi, sembra essere legata proprio alla cacciata dell’imperatore dalla città. I covoni (fasci di spighe) di grano mietuti a Campo Marzio, di proprietà del re Tarquinio per l’appunto, furono gettati nel Tevere e accumulandosi formarono le basi della nostra isola.

La seconda leggenda, invece, è più articolata e, a modo suo, spiegherebbe anche la strana sagoma a forma di nave che caratterizza l’isola. Si racconta, infatti, che nel 291 a.C. una nave sia salpata verso la città di Epidauro per chiedere soccorso al dio della medicina Esculapio, per debellare una gravissima epidemia scoppiata nella città. Si racconta che mentre la nave era in Grecia, durante i riti propiziatori, un serpente si introdusse nella nave; i romani interpretano ciò come un segno divino e salparono in fretta facendo ritorno a Roma. La leggenda continua raccontando che, all’altezza dell’isola, il serpente nuotò fino a raggiungerla senza essere mai più ritrovato. I Romani presero ciò come un segno e costruirono un grande tempio a Esculapio proprio lì dove il serpente scomparse. Fu, quindi, in ricordo di questo grande evento che l’isola prese la forma di una nave romana, con tanto di prua, poppa e addirittura un albero maestro.

leggenda isola

In origine al centro dell’isola prendeva posto un enorme obelisco andato poi perduto e sostituito dalla cosiddetta “colonna infame”. Un nome strano per una colonna, lo so, ma i romani decisero di chiamarla così perché il 24 agosto, giorno della festa di San Bartolomeo, sulla colonna veniva affissata una tabella con i nomi dei banditi che non si erano comunicati a Pasqua: “banditorum illorum qui in die paschali de Sanctissima Coena non parteciparunt”. Tra i nomi illustri riportati sulla tabella pare sia apparso anche quello di Bartolomeo Pinelli, pittore di Trastevere noto per la sua vita dissoluta (evento riportato anche da Gioacchino Belli in un suo sonetto). Un giorno, però, un carro urtò con talmente tanta violenza la colonna che riuscì a spezzarla, papa Pio IX decise, quindi, di sostituire il vuoto lasciato dalla colonna con un monumento (ancora visibile) opera di Ignazio Jacometti, con le statue dei santi Bartolomeo, Francesco d’Assisi, Paolino da Nola e Giovanni di Dio.

Facendo una leggera inversione a U troviamo l’antica chiesa di San Bartolomeo, creata proprio sulle fondamenta del tempio di Esculapio. Di fianco si trova un antico monastero francescano, trasformato prima in ospizio e in seguito come sinagoga durante il periodo di occupazione tedesca (oggi sede dell’ospedale israelitico).

Che l’isola fosse in qualche modo da sempre legata alle cure mediche (leggende a parte) è testimoniato anche dalla precedente presenza del grande ospedale sorto nel 1500: il “Fatebenefratelli” L’ospedale prese questo curioso nome proprio da suo fondatore, San Giovanni di Dio, frate portoghese che in giro per Granada vestito con il solo saio, davanti all’ospedale da lui organizzato richiamava i passanti dicendo:”Fate Bene Fratelli!”

Quindi, l’isola fin dai tempi dell’impero romano era considerata elemento fondamentale per la vita della città, motivo per cui furono costruiti monumenti “storici”, crocevia fondamentale per la viabilità e sicuramente meno sfortunata del Ponte Rotto.

torre e ponte

Adesso seguitemi un pochino e avviciniamoci senza sgommare troppo allo sbocco del ponte dei Quattro Capi…ahahha non sapete da che parte girarvi vero? Eppure, ormai dovreste aver capito che a Roma tutto, ma proprio tutto, può avere diversi nomi!!! Questo vale anche per Ponte Fabricio. Questo ponte è il più antico di Roma ancora esistente nella sua composizione originaria e i romani lo chiamano Ponte dei Quattro Capi. Una leggenda racconta che questo particolare nome sia dovuto ad una lite tra quattro architetti, che, incaricati da Papa Sisto V per il restauro del ponte, finirono per litigare per futili motivi; il papa alla fine della realizzazione del ponte li condannò alla decapitazione sul posto, facendo erigere, però, per ringraziarli del loro lavoro, un monumento con quattro teste in un solo blocco di marmo. La leggenda non specifica perché due delle teste, in realtà, sono quadrifronti, quindi i volti raffigurati sarebbero otto… insomma non è che gli architetti erano molti di più???

Tornando a noi, volevo mostrarvi qualcosa che raramente si nota…vedete alla fine del ponte quella torre? Il nome ufficiale sarebbe Torre Caetani, ma se provate a chiedere in giro è conosciuta come torre della Pulzella. Perché? Guardate bene… la vedete? Si esatto: il soprannome è dovuto alla piccola scultura di volto femminile inserito nella muratura. La giovane, se fate attenzione, sembra guardare, da un’ipotetica finestra, coloro che raggiungono l’isola attraversando il ponte. In realtà la leggenda racconta che quella testa sia di una nobile donna del 1350. Fu rinchiusa nella Torre perché si rifiutò di sposare il nobile attempato di turno e lì rimase ad attendere il suo amato, partito per la guerra, che non fece mai ritorno. Tutt’ora è appostata lì, ignara del tempo che scorre proprio sotto il suo sguardo e sulle acque del Tevere sperando, un giorno, di poter riabbracciare il suo amato.

Insomma, un velo di romanticismo lo troviamo anche qui…

Ci sarebbero ancora tantissime cose da raccontarvi sull’isola abitata più piccola al mondo (sarà una leggenda anche questa?), ma per oggi tornerò a casa a sorseggiare un buon drink al 47 Circus Roof Garden e ad aspettare anche io il mio cavaliere rombante  guardando il biondo Tevere….

Wroooommmmm